Le ceneri di Gramsci (VI)

Me ne vado, ti lascio nella sera
che, benchè triste, così dolce scende
per noi viventi, con la luce cerea

che al quartiere in penombra si rapprende.
E lo sommuove.Lo fa più grande,. vuoto,
intorno, e più lontano, lo riaccende

di una vita smaniosa che del roco
rotolio dei tram, dei gridi umani,
dialettali, fa un concerto fioco

e assoluto.E senti come in quei lontani
esseri che, in vita, gridano,ridono,
in quei loro veicoli, in quei grami

caseggiati dove si consuma l´infido
ed espansivo dono dell´esistenza
quella vita non è che un brivido;

corporea, collettiva presenza;
senti il mancare di ogni religione
vera; non vita; ma sopravvivenza

forse più lieta della vita-come
d´un popolo di animali, nel cui arcano
orgasmo non ci sia altra passione

che per l´operare quotidiano:
umile fervore cui dà un senso di festa
l´umile corruzione.Quanto più è vano

-in questo vuoto della storia, in questa
ronzante pausa in cui la vita tace-
ogni ideale, meglio è manifesta

la stupensa, adusta sensualità
quasi alessandrina, che tutto minia
e impuramente accende, quando qua

nel mondo, qualcosa crolla, e si trascina
il mondo, nella penombra, rientrando
in vuote piazze, in scorate officine...

Già si accendono i lumi, costellando
Via Zabaglia,Via Franklin, l´intero
Testaccio, disadorno tra il suo grande

lurido monte, i lungoteveri, il nero
fondale, oltre il fiume, che Monteverde
ammassa o sfuma invisibile sul cielo.

Diademi di lumi che si perdono,
smaglianti e freddi di tristezza
quasi marina...Manca poco alla cena;

brillano i rari autobus del quartiere,
con grappoli d´operai agli sportelli,
e gruppi di militari vanno, senza fretta,

verso il monte che cela in mezzo a sterri
fradici e mucchi secchi d´immondizia
nell´ombra, rintannate zoccolette

che aspettano irose sopra la sporcizia
afrodisiaca; e, non lontano, tra casette
abusive ai margini del monte, o in mezzo

a palazzi, quasi a mondi, dei ragazzi
leggeri come stracci giocano alla brezza
non più fredda, primaverile; ardenti

di sventatezza giovanile la romanesca
loro sera di maggio scuri adolescenti
fischiano pei marciapiedi, nella festa

vespertina; e scrosciano le saracinesche
dei garages di schianto, gioiosamente
se il buio ha resa serena la sera,

e in mezzo ai platani di Piazza Testaccio
il vento che cade in tremiti di bufera,
è ben dolce, benchè radendo i capellacci

e i tufi del Macello vi si imbeva
di sangue marcio, e per ogni dove
agiti rifiuti e odore di miseria.

È un brusio la vita, e questi persi
in essa, la perdono serenamente,
se il cuore ne hanno pieno; a godersi

eccoli miseri, la sera: e potente
in essi, inermi, per essi, il mito
rinasce...Ma io, con il cuore cosciente

di chi soltanto nella storia ha vita,
potrò mai più con pura passione, operare
se so che la nostra storia è finita?

Pier Paolo Pasolini